Legge 22 maggio 2015, n. 68 (reati ambientali)

Di seguito si illustrano le nuove fattispecie di reati ambientali che hanno modificato il codice penale, nonché le conseguenze di tali modifiche con riferimento alla materia della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.

Con la legge 22 maggio 2015, n. 68, è stato introdotto nel Codice Penale un nuovo autonomo  titolo, dedicato ai delitti contro l’ambiente, prevedendo disposizioni di coordinamento nello stesso Codice ed in leggi speciali.

Nel contempo si modifica il Codice dell’ambiente (decreto legislativo n. 152 del 2006), introducendo una specifica disciplina per l’estinzione degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale e si apportano modificazioni al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica.

Nuove fattispecie penali

Delitto di inquinamento ambientale (art. 452-bis cp)

“E’ punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili:

1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo;
2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.

Quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.”.

E’ da premettere che la nuova normativa, non abroga e modifica il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, che ha come obiettivo primario, la promozione dei livelli di qualità della vita umana, da realizzare attraverso la salvaguardia ed il miglioramento delle condizioni dell’ambiente e l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali.

In particolare il reato di inquinamento ambientale non si sovrappone ovvero assorbe quello di inquinamento idrico, sanzionato dall’art. 137 del decreto legislativo 152/2006, in quanto opera la regola, nel caso di concorso di norme, dell’applicazione della disposizione di legge speciale (art. 15 del Codice Penale).

Tuttavia non si può fare a meno di rilevare che il sistema delle sanzioni in materia ambientale in Italia, si è evoluto nel tempo in senso settoriale (acqua, aria, rifiuti, rumore, ecc.) e con prevalenza delle contravvenzioni legate alla carenza di autorizzazioni, alla violazione delle prescrizioni delle autorizzazioni, al superamento di determinati limiti di accettabilità posti dalla legge, in un’ottica di collegamento con il ruolo della pubblica amministrazione.

La nuova normativa penale mira, invece, a potenziare il sistema sul piano sostanziale, impegnando i soggetti economici a rispettare l’ambiente e, nei casi più gravi, rispondendo direttamente per i delitti in tema di ambiente.

Per questo il reato di inquinamento ambientale può concorrere con altre figure criminose  tipiche previste a tutela del bene, acqua, aria, rifiuti, ecc. Infatti in quest’ultimo caso, la normativa penale tende  a prevedere il rispetto di diversi adempimenti amministrativi, volti ad evitare il fenomeno dell’inquinamento dell’acqua, dell’aria, senza proteggere in via diretta ed immediata il bene “ambiente”, a cui, invece, è orientata la recente normativa sui reati ambientali.

Sul piano applicativo, il delitto di inquinamento ambientale presenta i seguenti aspetti:

 il soggetto: può essere chiunque

 l’evento: consiste in una compromissione o in un deterioramento rilevante dello stato di alcune componenti ambientali come suolo,  sottosuolo, acqua ed aria o dell’ecosistema, della biodiversità anche agraria, della flora o della fauna selvatica

 la condotta si deve qualificare come abusiva e cioè si deve sostanziare in una violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative

 elemento soggettivo: è costituito dal dolo, ma anche dalla colpa

 nesso causale: tra condotta commissiva e omissiva e evento; il concetto di inquinamento ambientale è estrapolabile dall’art. 5 del Codice dell’ambiente

 il concetto di inquinamento ambientale è estrapolabile dall’art. 5 del Codice dell’ambiente e cioè l’introduzione diretta o indiretta a seguito di attività umana di sostanze,  vibrazioni, colore o rumore e più in generale di agenti fisici o chimici nell’aria, nell’acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana, o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento dei beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi”.

Questa nozione di inquinamento introduce il concetto di danno potenziale, come il rischio per la salute e per la qualità dell’ambiente, insieme a quello di deterioramento dei beni.

Da una prima lettura della norma, pare che il reato di inquinamento ambientale, sia inquadrabile nel paradigma del reato di pericolo concreto, come si evince dall’uso del termine “compromissione” (di portata molto generica e “indeterminata contraria al  principio di tassatività e di specificità a cui  si deve uniformare la norma penale).   Il termine compromissione equivale ad esposizione a rischio di danno (danno potenziale).

Il deterioramento ambientale, tuttavia, che qualifica la fattispecie come reato di danno, deve essere conseguenza di una condotta di inquinamento intesa in senso lato.

La norma tende ad evitare la punibilità per i casi meno rilevanti e per questo prevede che tanto la compromissione quanto il deterioramento ambientale siano rilevanti o meglio “significativi e misurabili”. Tale scelta è in linea con l’orientamento comunitario sul danno ambientale (che richiede la gravità dello stesso) ed all’ordinamento internazionale (che considera illecito non ogni alterazione o modifica ambientale, ma solo quella di una certa rilevanza).

Il termine deterioramento (che si collega ad un concetto di danno attuale) secondo quanto emerge dall’art. 300 del Codice Ambientale va inteso come alterazione rilevante delle condizioni originarie provocato agli habitat naturali protetti dalla normativa nazionale e comunitaria, alle acque interne, costiere, al terreno (attraverso qualsiasi contaminazione che crei un rischio significativo di effetti nocivi, anche indiretti, sulla salute umana).

Poiché il deterioramento rilevante riguarda lo “stato dell’ambiente”, si dovrà definire tale condizione in modo integrato, dinamico e temporale: la rilevanza, come è stato sostenuto da alcuni autorevoli commentatori, dovrà riguardare tutto o parte delle risorse naturali con una adeguata considerazione delle loro caratteristiche e anche del loro valore economico e sociale.

La condotta deve essere “abusiva”, intendendosi per tale quella posta in essere  in violazione di norme regolamentari anche amministrative e quindi nell’inosservanza delle prescrizioni che regolano l’attività che ha cagionato la compromissione o il deterioramento dell’ambiente.

Disastro ambientale (art. 452-quater)

Fuori dai casi previsti dall’articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente,

1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;
2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;
3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.

Quanto il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie  animali o vegetali protette, la pena è aumentata.

I due nuovi delitti (inquinamento ambientale e disastro ambientale) costituiscono (idealmente) una sorta di progressione nella lesione del bene giuridico protetto.

Il concetto di disastro ambientale viene definito dall’art. 452-quater CP con tre ipotesi alternative possibili, cioè:

– alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;
– alterazione dell’equilibrio di un ecosistema, la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;
– offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi, ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.

Anche per tale fattispecie penale, la condotta tenuta dall’autore dell’illecito penale, deve essere abusiva e quindi in violazione di norme regolamentari anche amministrative, che regolano l’attività, che ha originato il disastro.

Il  disastro ambientale, proprio per le specificità del bene giuridico protetto, si pone come norma “speciale”  e quindi prevale sul reato di cui all’art. 434 CP (che punisce il c.d. disastro innominato), laddove la condotta dell’autore del reato cagioni danno o metta in pericolo l’interesse a mantenere integro l’ambiente. Preme altresì evidenziare che, nel caso del c.d. disastro innominato (e cioè in presenza di fenomeni di inondazione, frana, valanga, disastro ferroviario, ecc.) si rende necessaria la compresenza di due elementi distinti (il primo dei quali attinente alla natura straordinaria dell’evento  disastro e il secondo, al pericolo per la pubblica incolumità che da esso deve derivare); nell’ipotesi, invece, di disastro ambientale introdotto dall’art. 452-quater CP, l’elemento “dimensionale” e quello “offensivo” dell’evento sono richiesti non congiuntamente, ma disgiuntamente (come emerge dalla congiunzione “ovvero”).

La norma in commento prevede come obbligatoria la confisca ed il ripristino dello stato dei luoghi, ove possibile.

Traffico ed abbandono di materiale ad alta radioattività (art. 452-sexies)

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito  con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000 chiunque abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale al alta radioattività.

Con riferimento a tale norma, si pone innanzitutto il problema di stabilire il coordinamento con la previsione di cui al comma 2 dell’articolo 260 del Codice dell’Ambiente, che prevede la pena della reclusione da tre a otto anni nei confronti di chiunque al fine di conseguire un ingiusto profitto con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, imposta o comunque gestisce abusivamente quantitativi di rifiuti ad alta radioattività.

A ciò aggiungasi che la nozione di materiale ad alta radioattività, non riceve ulteriori specificazioni nell’attuale quadro normativo. Tale esigenza non viene meno  per il fatto che la normativa vigente già contempla la nozione di rifiuti ad alta radioattività. In tale prospettiva la formulazione della norma che si commenta, potrebbe sollevare problemi di compatibilità con il principio di determinatezza delle norme penali.

Anche per tale fattispecie penale, occorre che l’attività sia abusiva, ritenendosi per tale non solo quando non sussistano le prescritte autorizzazioni, ma anche quando esse siano scadute o palesemente illegittime o comunque non commisurate alla natura e al genere di beni trattati.

Ravvedimento operoso

Si tratta di una scelta di politica criminale condivisibile che guarda alla sostanza della priorità dell’accertamento della verità ed al ripristino ambientale.

Lo sconto di pena è sensibile.

Ovviamente si deve trattare di un ravvedimento serio e davvero credibile ed operoso in termini ragionevoli.

La formulazione della norma utilizza quella di altre attenuanti per collaborazione previste dalle disposizioni attualmente vigenti.

La diminuzione di pena ivi prevista può conseguire anche se riferita a condotte riparatorie diverse dalle condotte di collaborazione strettamente intese e cioè in particolare nei casi in cui l’interessato provvede alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi.

Confisca

Va segnalato che dalla condanna per i reati ambientali in precedenza trattati, discendono misure afflittive rilevanti sul piano economico a carico degli obbligati: la confisca ed il ripristino dello stato dei luoghi che vanno sempre disposti dal giudice sia nel caso di condanna ordinaria, sia nell’ipotesi di patteggiamento.

La confisca di beni può essere anche per equivalente, laddove non sia possibile eseguirla a carico dei beni che costituiscono il prodotto o il profitto del reato. In presenza di tale situazione il giudice individua i beni di valore equivalente di cui al condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità.

Modifiche al Codice Ambientale

Come anticipato in premessa, oltre alle modifiche al Codice penale, il provvedimento interviene anche con modifica diretta sul Codice Ambientale. In particolare, vengono modificati:

• l’articolo 257 relativo alle bonifiche dei siti, introducendo una condizione di non punibilità per le contravvenzioni ambientali contemplate da altre leggi per il medesimo evento o per la stessa condotta di inquinamento, se il responsabile dell’inquinamento si adopera per effettuare gli interventi di bonifica secondo quanto disposto dagli articoli 242 e seguenti del Cod. Ambientale;
•  l’articolo 260 recante le misure di contrasto al traffico illecito di rifiuti, prevedendo la confisca per il reato di attività organizzata diretta al traffico illecito di rifiuti. Nel caso non sia possibile confiscare il prodotto o il profitto del reato, ci si avvale della confisca per equivalente.

Infine, significativa è l’introduzione di una specifica Parte, la sesta bis, dedicata a “Disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale”.

Nel merito, la nuova Parte sesta bis si compone di 7 articoli in cui vengono disciplinate le sanzioni per le violazioni ambientali di natura contravvenzionale, le prescrizioni da impartire al contravventore, le modalità per la verifica dell’adempimento della prescrizioni da parte dell’organo accertatore e successive conseguenze, disposizioni relative ai termini di sospensione del procedimento penale relativo alla contravvenzione e per l’estinzione della contravvenzione, nonché la specifica che tali nuove norme non si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima parte (29 maggio 2015) .

Modifiche al d.lgs. n.  231/2001

Terzo provvedimento su cui la Legge 68/2015 incide è il Decreto Legislativo 231/2001, anche a seguito delle modifiche introdotte nel Codice penale.

Nello specifico vengono inseriti nuovi reati ambientali come reati – presupposto per la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, ovvero:

• l’inquinamento ambientale (articolo 452-bis C.p.)
• il disastro ambientale (articolo 452-quater C.p.)
• delitti colposi contro l’ambiente (articolo 452 quinquies C.p.)
• traffico e abbandono di materiale ad alto radioattività articolo 452 sexies C.p.)
• associazione a delinquere
• uccisione, distruzione, prelievo, detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette (articolo 727-bis C.p.)
• distruzione o deterioramento di habitat all’uso interno di un sito protetto (articolo 733-bis C.p.)

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